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PARLARNE TRA AMICI: RIFLETTIAMO INSIEME DOPO TRE STAGIONI (E QUATTRO LIBRI) DELL’AMICA GENIALE 

Non si esce vivi dall’Amica geniale. Lo sa chi lo ha letto e chi si rifiuta di farlo, ma conosce qualcuno che lo ha letto. In buona sostanza, lo sanno tutti.

Chi come noi – dopo i quattro libri – ha seguito poi l’adattamento televisivo creato da Saverio Costanzo per RAI Fiction e HBO, è di recente ripiombato nei dubbi, rivivendo le emozioni e le disperazioni di una storia che tormenta prima ancor di appassionare: un assillo che ci costringe a interrompere ogni conversazione non incentrata sull’argomento.

Ci è parso necessario oltre che logico, quindi, radunare alcune delle nostre ossessioni e condividerle con gli amici che potevano capirci. Il risultato è questa lunga conversazione con tante fantastiche donne e un solo preziosissimo amico, in cui ogni lettore può trovare possibili risposte, confortevoli conferme e innumerevoli nuove domande. 

Partiamo dalla maternità. Quando Elena, nelle puntate di una sola sera, rimane incinta due volte, sono stata malissimo: il suo rapporto con le figlie è faticoso già nel corpo (vive con gioia la gravidanza, poi arriva l’angoscia di zoppicare) e Dede e Elsa non sono mai creature amorfe da allattare o coccolare bensì due personcine con cui fare i conti.

Chiara Cascella (31 anni, imprenditrice): «È una tematica finalmente portata allo scoperto, siamo stuf* di vedere la maternità solo come “amorino cuoricino tutto sole cuore amore”. Qui emerge tutta la parte psicologica più complessa, quella che spesso tutti cercano di mascherare e che a volte peggiora la condizione già vulnerabile di una donna che si approccia alla questione. Un tema profondo e attualissimo».

Restando su Lenù, anche il ménage familiare si complica. Il conflitto con Pietro non è solo quello tra una donna e un uomo, che litigano per i piatti o per il tempo libero: lui, figlio di un professore universitario, rappresenta un ceto che non deve fare fatica per ottenere nulla, che vive di contraddizioni teoriche e gesti senza significato. Elena sembra disprezzare la buona educazione di Pietro quando prova a difendersi dagli insulti di Pasquale, e sarà lo stesso per le sue figlie, privilegiate come lei non è mai stata.

Michela Vietri (39 anni, si occupa di formazione nel settore moda). «Secondo me in questo conflitto c’è anche il punto fondamentale della passione di Elena per Nino e per il quartiere: Lenù si fa un mazzo tanto per diventare chi è e deve stare dietro a un babbo di minchia che non ha idea di cosa sia la povertà (soprattutto culturale) e lo stare al margine. Le cose del quartiere sono terribili, certo, ma lei ne conosce le cause e il coraggio. E Nino è come lei. Poi lo so che quello che ho detto è tutto sbagliato: l’educazione di Pietro è bella, Pasquale è uno stronzo e la periferia fa schifo; però Lenù a me pare migliore di Pietro anche nell’umanità con cui cede».

Anche se in questa terza stagione lo spazio di Lenù è (o sembra?) maggiore, Lila resta un centro gravitazionale. Tra i miei mille crucci c’è la telefonata all’uscita del secondo libro di Elena: perché Lila le dice che i suoi libri sono brutti? Perché le dice di non scrivere di quegli argomenti? Perché ne soffre così tanto? 

Giulia Iezzi (31 anni, vive a Chieti, grande appassionata di tiro con l’arco e di cinema). «Credo ci siano diverse ragioni. Prima di tutto, ho avuto l’impressione che Lila si sia sentita completamente disorientata da quello che ha scritto Elena – che ha lasciato il rione e che non dovrebbe mai sporcarsi con certi argomenti, come invece può fare lei che nel rione è rimasta intrappolata. Lenù è la sua parte sana, onesta e forte, che mai pensava si piegasse a scrivere cose del genere, oscene e libertine. Lila deve anche fare anche i conti col fatto che Lenù abbia una identità propria e idee forti e solide. E, non ultimo, penso che qui abbia appreso che l’amica ha realmente vissuto ciò che ha scritto, quindi prova un senso di colpa per non averlo capito subito».

Giuliana Maccione (34 anni, vive a Milano, dove si occupa di e-commerce e comunicazione digitale). «Per quanto dipinta come anticonformista dagli abitanti del suo mondo, Lila è parte integrante di un contesto tradizionale, in cui forma e contenuto faticano a coincidere, nella vita così come nelle parole, ed è impregnata della malattia del “giudizio”: i contenuti che nei libri dell’amica Lila trova più ostici, audaci, legati al rione, corrispondono per lei a frasi contorte e difficili che non rendono giustizia alla genialità pacifica di Lenù, quella che ha studiato e che per questo dovrebbe scrivere di cose “buone”, gradevoli. Con parole buone e gradevoli, lontane dalle ombre del rione e dai suoi ingarbugliamenti linguistici e valoriali. Per Lila vedere fissate su pagina storie di vita vera e conosciuta, complessa come i periodi che ne raccontano, è una sofferenza nel senso più letterale del termine: per lei che ha mitizzato “l’altra vita di Lenù”, la stessa che dice di non comprendere, ma che vorrebbe vedere trascritta dalle parole dell’altra, quei testi sono esercizi incomprensibili di abbrutimento. Con cui l’amica – pure nella scrittura – conferma che il rione ti rimane dentro e non se ne va più».

E infine: Nino. Tra i cattivi più disprezzati di sempre. So che sono tutti ragionevolmente disgustati da lui e arrabbiati con Lenù perché capitola tra le sue braccia ma io, pur sapendo come va a finire, non posso che essere sinceramente felice per lei.

Giuliana: «Vero. Credo però che da spettatore, e lettore, a Lila si conceda più facilmente l’attenuante della giovane età, mentre per Lenù il percorso emotivo sembra non aver seguito i tempi della maturità che i fatti – il matrimonio, le gravidanze, lo status sociale – potrebbero reclamare. Come se le due cose dovessero coincidere da statuto per l’età adulta. Detto questo, che liberazione vederla appassionata per un attimo, almeno. In fondo chi di noi non lo avrebbe voluto, dopo una vita di desiderio?»

Continuiamo sulle note del tormento: cosa vi ha più fatto tribolare in questo terzo capitolo?

Michela: «L’impossibilità per una donna di risolversi. Il continuo “diventare” di Lenù non finisce mai. Ogni volta che raggiungi un risultato lo guardi e ti accorgi che è sbagliato. E il fatto che una cosa sono il matrimonio, i risultati che ti aspetti dalla vita, le soddisfazioni che nascono dai sacrifici… e un’altra è il corpo: il corpo è vivo, pulsa, e mi pare sempre giusto seguirlo, anche se si schianterà. E poi invece non mi pare più giusto. E poi invece mi sembra ancora giusto.»

Giulia: «Il crollo fisico e psichico di Lila e le motivazioni, anche attuali, che l’hanno portata in questo vortice, tra cui senza dubbio c’è la situazione lavorativa nella fabbrica, che la annienta. Si spacca la schiena per poi avere quasi nulla in mano e il ritrovarsi sempre faccia a faccia con i Solara. Essere operaio, a quei tempi come spesso ancora oggi, significava essere alla base della piramide sociale, senza diritti e con pochi doveri: lavorare, consumarsi e tornare la sera a casa, distrutti.»

Giuliana: «La maggiore vicinanza anagrafica con le protagoniste del terzo capitolo mi ha lasciata in sospeso. Avrei dovuto comprendere di più le ragioni dell’una o dell’altra? O semplicemente avrei dovuto capire una volta per tutte che la storia è unica, come i suoi volti, i suoi personaggi, le due amiche? Cosa avrei fatto, come avrai reagito, come avrei ragionato: il pensiero mi ha assillata come fosse storia reale. Eppure non è accaduto a me.
 
Lila arriva “prima” alla scrittura con naturalezza, arriva prima alla seduzione, al sesso, alla scelta, al lavoro, alla disperazione che le appartiene quasi da sempre e che sembrerebbe caratteristica unica dell’essere donna, non bambina. Come se la sua genialità risiedesse in quella smania anticipatoria che brucia, arde e distrugge. Lenù la segue, a rilento, ma un passo alla volta sembra superarla. Arrivando a vivere tutto ciò che avrebbe dovuto ma in perenne rincorsa. Arrivando a Nino in ritardo, e – solo dopo – all’intensità degli amori estivi, alla separazione da Pietro e a tutto ciò che ne seguirà. Come in una parabola già tracciata da Lila anni prima, sotto il segno di una fattura immaginaria. Perché non sono bastati la distanza, lo studio, l’essere diventata una rivoluzionaria da salotto buono a spaginare le carte in tavola. La genialità di Lila e del suo tempo vincono anche sul fallimento, perché del fallimento e del suo tempo si nutrono, come monito da cui è impossibile fuggire».

Chiara: «Ciò che Pietro si aspettava da Elena come moglie. Lui che sarebbe dovuto essere più «evoluto» rispetto agli uomini con cui Elena è cresciuta, e avere più rispetto del ruolo della donna in famiglia, in realtà non lo era. Mi ha tormentato essere messa di fronte a una triste realtà, ovvero quella che è ancora oggi la condizione di molte donne». 

Marco, finalmente arriviamo a te: tra un erotomane bugiardo patologico, uno stalker mafioso con mommy issues, diversi cretini e qualche povero ossessionato, immagino non sia facile immedesimarsi in un personaggio maschile. Ti sei sentito giudicato? Incompreso? Eccessivamente semplificato? Non te ne frega assolutamente nulla di come EF racconta gli uomini?

Marco (41 anni, vive a Milano e lavora nell’editoria): «Effettivamente gli uomini di Ferrante non sono dei grandi esempi di virtù, a parte Enzo, che fa quel che può per risollevare il desolante panorama maschile della storia. In ogni caso non mi sono sentito giudicato o incompreso! Trovo invece che le pessime qualità di questi individui siano dei fantastici motori narrativi, come nel caso dei maschi Sarratore.»

Conosco abbastanza le tue abitudini di lettore per sapere che non hai alcun pregiudizio, che leggi tantissimo, con estrema lucidità, e che sei lontano dai dibattiti più stupidi, dunque: secondo te la scrittura di Ferrante è davvero così «femminile», in altre parole «lontana dai gusti letterari degli uomini»?

Marco: «Leggendo i libri ho sentito sicuramente un tocco femminile nella voce ma penso che sia una storia che può tranquillamente incontrare i gusti di tutti (forse chi tracanna un litro di whisky al giorno fumando sigari e leggendo Ellroy magari può avere qualche problema, ma non è detto…). Io fin dal primo libro della serie sono cascato in una spirale di binge reading come non mi succedeva da tempo e penso che, a prescindere da generi ed etichette, sia una lettura coinvolgente per tutti!»

Come vi è sembrata la serie rispetto al libro?

Michela: «Quando ho letto il terzo e il quarto libro, le due stagioni precedenti erano già uscite (i volumi sono super richiesti in biblio!), quindi li ho letti pensando a quelle facce, a quei luoghi che avevo visto nella serie. L’adattamento televisivo mi è piaciuto molto, ma, poiché la cosa che amo di più sono le parole di Elena Ferrante, preferisco per sempre i libri.»

Giulia: «In generale non riesco mai a fare paragoni tra il libro e la serie, ma quasi sempre mi ritrovo col pensiero che il libro è sempre a un livello superiore di elaborazione e di descrizione rispetto alla serie. Questa volta devo dire che mi sono ritrovata stupita dalla trasposizione del libro sullo schermo: ovviamente c’è sempre qualche cosa che manca, ma sono soddisfatta del risultato, sono stati toccati tutti i punti essenziali del libro».

Marco: «Molto fedele e ben scritta e sicuramente ripropone al meglio la voce dei libri. Anche se però l’immersione compulsiva dentro la scrittura di Ferrante è un’esperienza senz’altro più coinvolgente».

Chiara: «Ho trovato la serie super fedele al libro, è uno dei pochissimi casi in cui i personaggi sono così come te li aspetti».

Giuliana: «Piacevole, ma molto meno avvolgente. Fedele agli intenti nello spirito, ma eccessivamente appiattita nell’esecuzione. La sfumatura delle parole si perde, soprattutto in questo terzo capitolo, tra i montaggi forzati e gli escamotage da schermo che a volte spezzano il filo del racconto. Ho trovato poco credibili le due protagoniste nell’ultima parte della storia: troppo distanti dall’età reale di Lila e Lenù e dal loro vissuto per poterne trasmettere a pieno la complessità».

E infine, qual è il vostro personaggio preferito, e perché?

Michela: «Il mio personaggio preferito, sin dalla lettura del libro e poi confermato anche nella serie dalla scelta di un’attrice perfetta, è Gigliola. A lei viene affidato il dialogo più femminista proprio nel terzo libro. Proprio a lei che non ha avuto la possibilità di andare via, studiare, «diventare». Ma Gigliola capisce. Capisce tutto. E più passa il tempo e più il suo corpo non regge la prigionia di una relazione tutta sbagliata, ma anche l’unica a cui potesse aspirare. E allora scatta, si ribella, ha piccole esplosioni, non si trattiene. Il suo personaggio mi ha davvero mosso il cuore».

Giulia: «Lila. Mi ha da subito colpito la sua carnalità, la sua caparbietà, l’affrontare a muso duro – anche rischiando – situazioni e persone che erano pericolose. Lei sa vedere oltre, sa parlare, pensare e far valere le sue opinioni. La vedo come un’anima tormentata che non troverà mai pace; non è una privilegiata, rimane nel rione ad affrontare tutto e tutti, persino la sua famiglia, sempre a volto scoperto».

Giuliana: «Che domanda difficile! Non riesco a immaginare i personaggi di questa storia come entità autonome, divise le une dalle altre, ma dovendo scegliere un personaggio e uno soltanto, devo ammettere che il cuore dice Lila. Così sovrumana eppure così drammaticamente umana. Così detestabile eppure così magnetica, anche nella crudeltà dell’arguzia. Catalizzatrice. Come quelli da cui saresti dovuta rimanere alla larga, le amiche che t’hanno ferita pur amandoti, quelle che hai ferito volendo loro del bene, quelle che hai invidiato segretamente chiedendoti perché, quelle che t’hanno forse guardata con occhi che tu hai riservato solo ad altri. Amica, amante, egoista, donna geniale e poi così banalmente scontata, perdente».

Marco: «Banalmente direi Lila, perché è un personaggio che sfugge continuamente e non si riesce a capire mai fino in fondo. Come lettore ti ci vorresti affezionare, ma lei fa di tutto per respingerti. Un personaggio pazzesco, insomma».

Chiara: «Forse, forse proprio Nino Sarratore… per la coerenza del personaggio. Omm’e merda era e omm’e merda rimane fino alla fine».

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