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La discriminazione dei capelli afro

Purtroppo in pochi conoscono gli scenari nascosti dietro l’aspetto dei capelli kinky, più comunemente detti «ricci afro». Quasi nessuno si rende conto del loro legame con le atroci sofferenze riconducibili alla schiavitù o con le discriminazioni che ancora oggi molti di noi sono costretti a subire.

Parliamone. Io stessa posso dire di entrare in contatto quasi tutti i giorni con episodi di razzismo sistemico, legati alla mia chioma. Questo tipo di razzismo si manifesta (anche) attraverso l’utilizzo di termini negativi o addirittura dispregiativi in riferimento ai capelli ricci – kinky in particolare. Me ne accorgo leggendo certi articoli di giornale, in ambito professionale e quando vedo come lavorano alcuni parrucchieri. Proprio loro, per esempio, quasi mai sono interessati a conoscere e imparare a gestire questa categoria di capelli; si rifiutano di offrire un servizio a un gran numero di persone (dalle quali potrebbero ricavare un bel guadagno!).

Posso dire purtroppo che gli esperti di capelli afro si contano sulle dita di una mano: in Italia sono pochissimi gli hair stylist in grado di aiutare le ragazze ricce ad amare i propri capelli, capaci di regalare loro un momento di coccole e relax. Se avete bisogno, cercate bene: troverete persone che, come me, vogliono offrirvi un aiuto. Ma non sarebbe bellissimo se tutti questi esperti potessero trovare lavorare nei saloni, collaborare e offrire consulenze a chi le richiede? Eppure nel nostro Paese non accade.

E se pensate che parlare di questo problema sia una follia, o un’esagerazione, sappiate che nel 2019 la California è stato il primo Stato a proporre una legge contro la discriminazione dei capelli afro naturali: The Crown Act, introdotta dalla senatrice Holly J. Mitchell, una donna nera determinata a eliminare le barriere e i preconcetti che ci perseguitano.

Soltanto negli ultimi anni gli episodi di discriminazione di questo tipo denunciati negli Stati Uniti (e non solo) sono stati moltissimi: licenziamenti per look definiti «etnici» o «non linea con gli standard dell’azienda», per esempio, o addirittura allontanamenti di ragazzi da scuola per tagli di capelli non consoni.

«Per secoli i neri e le donne non hanno sfidato questi standard. Abbiamo stirato i capelli con il calore e con sostanze chimiche per soddisfare quegli standard eurocentrici. Per troppi anni ci sono stati troppi casi di dipendenti a cui è stata negata una promozione o che addirittura sono stati licenziati a causa del modo in cui hanno scelto di portare i capelli.» (Holly J. Mitchell)

La legge di Holly J. Mitchell, che finalmente proibisce la discriminazione, vige in California, a New York e in New Jersey, e a marzo di quest’anno è stata approvata anche in Virginia: i primo stato del Sud a porre fine a questa ingiustizia! Nei mesi scorsi, durante la fine della quarantena, il provvedimento è entrato in vigore anche lì.

E in Italia? Per capire un po’ meglio la situazione vi segnalo che fino a qualche tempo fa cercando su Google «acconciature non professionali». si trovavano soltanto immagini di donne nere con capelli afro naturali o treccine. Digitando invece «acconciature professionali» ci si imbatte tuttora in foto di donne bianche con capelli lisci e setosi. La domanda sorge spontanea: perché i miei capelli devono essere classificati come «non professionali»?

È importante rendere noto a tutti, inoltre, che vige una specie di regola non scritta, che impone di «normalizzare» i capelli kinky – stirandoli chimicamente o applicando extension e parrucche. Questo accade molto spesso, e viene «preteso» anche nelle piccole, medie e grandi aziende, soprattutto se il soggetto in questione deve entrare in contatto diretto con il pubblico.

Di recente ho rinnovato il mio curriculum vitae e al momento di decidere quale foto allegare è stato frustrante pensare di poter essere scartata a priori, per due motivi: il colore della mia pelle e i miei capelli kinky. Ma poi sono giunta alla seguente conclusione: se qualcuno ha intenzione di non prendere in considerazione la mia candidatura per via del mio aspetto, trascurando la mia formazione e le mie competenze, di certo perderà un’ottima occasione di scambio e confronto. A perdere saranno loro.

Cominciamo a parlarne nel modo giusto e speriamo che le cose possano cambiare.

Isabella Nuemia

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