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Intervista a Takoua Ben Mohamed: una musa invincibile, che sogna sempre più in grande

Fumettista, illustratrice e graphic-journalist di origine tunisina, trasferitasi a Roma nel 1999 al seguito del padre, esule politico scappato dalla dittatura del regime tunisino di Ben Alì. Da subito s’impegna nel volontariato e nell’attivismo culturale e umanitario, contro razzismo e xenofobia. Traduce questa lotta in arte con il fumetto interculturale, dove riesce a semplificare tematiche a lei care quali razzismo, xenofobia, islamofobia, mentre ironizza e incuriosisce sulle situazioni quotidiane che vive in prima persona.

Ha pubblicato Sotto il velo (2016), La Rivoluzione dei Gelsomini (2018) e Un’altra via per la Cambogia (2020) e Il mio migliore amico è fascista (2021). Conduce le sue battaglie anche come relatrice, in giro per le scuole e ospite per Ted Talk a Matera e a Ferrara, guadagnando nel mentre diverse onorificenze per il suo lavoro e l’impegno sociale. È anche videomaker e producer: ha fondato con i suoi fratelli la BM Entertainment realizzando nel 2020 il docufilm Hijab Style, per la rete tv Al Jazeera. E molto, molto di più.

Ci ispira perché, con il sorriso di chi affronta ogni difficoltà senza l’opzione di una resa, ha disegnato soluzioni per spiegare i suoi problemi, ha parlato chiaramente senza lasciarsi intimidire, e ha deciso di non mettere alcun freno ai proprio sogni, per pensarli sempre più grandi. Nata sotto il segno della Vergine, lei è Takoua (e si pronuncia Tàkwa).

Ciao Takoua, che bello vederti e leggere la tua vita straordinaria. Come ti vedi quando ti guardi allo specchio la mattina?
Bella domanda! Mi vedo come una qualsiasi persona che cerca di realizzare qualcosa nella vita… ma la fatica che questo comporta non traspare dalle interviste. Dall’esterno non si capisce. Spesso mi dicono «sei stata fortunata», ma io non credo alla fortuna o al caso. Credo che ogni giorno sia un sacrificio, che ci voglia tempo e che parlare di fortuna sia sminuente. Mi guardo allo specchio, così come sono in questo momento – senza trucco e con le occhiaie –, e penso: «Takoua, anche oggi dovrai faticare tanto!», però sul sul mio viso c’è pure soddisfazione. Anche se fallisco: perché anche nel fallimento c’è un aspetto positivo, di cui posso dirmi soddisfatta.

Parlando di fatica: hai dichiarato di sentirti spesso definita in modo riduttivo «la ragazza col velo» e di quanto le persone sottovalutino la tua professionalità. Non ti sei data per vinta, e sei riuscita più volte e in diversi campi a dimostrare il tuo valore. Qual è il traguardo che proprio non avresti creduto possibile?
Hai citato per me una cosa molto importante. Soprattutto all’inizio del mio percorso ero «la ragazza col velo che fa fumetti», privata del mio nome, della mia identità. Ho iniziato a reagire, a rifiutare tante interviste di chi si approcciava a me solo per questo. Specialmente durante il periodo degli attentati, c’erano molti giornalisti che volevano intervistarmi per il mio velo, ignorando invece il mio lavoro, che usavano solo come pretesto. Ho iniziato a mettere dei paletti, a rifiutare anche nove interviste su dieci, a costo di essere dimenticata, e concentrarmi sui miei obiettivi . E invece… ho affermato il mio nome grazie al mio lavoro: questo è stato un grande traguardo, un’enorme soddisfazione. Più dei libri che ho pubblicato, più del mio volto sulla copertina di una rivista.



Quando ho letto che sei del ‘91 sono rimasta a bocca aperta. Sei giovanissima e hai già vissuto situazioni incredibili. Soprattutto, stai facendo la differenza con la tua passione e il tuo lavoro. C’è un episodio che ti ha reso particolarmente consapevole di questo e che ti rende felice di quel che fai?
Premetto che non ho mai voluto far cambiare idea a qualcuno, né convincere le persone di qualcosa. Proprio per questo ho un ricordo indelebile di gioia e stupore, di un incontro avvenuto a Vicenza dopo la presentazione con firmacopie di un mio libro. Una signora, rimasta seduta ad aspettare che tutti se ne andassero via, alla fine si è avvicinata per dirmi: «Non volevo venire qui, mi ha obbligata mia figlia. Ma ora sono felice che l’abbia fatto. Non avevo mai capito perché certe donne che vedo in giro nella mia città portassero il velo, e non mi piaceva affatto vederlo. Ma adesso vorrei andare oltre. Dopo averti ascoltata potrei anche salutarle quelle signore, vorrei conoscerle.» Questa dichiarazione così inattesa da una persona avanti con l’età mi ha sconvolta in positivo. Quando vado in giro per le scuole, i giovani vanno oltre il mio velo, vedono una persona e una professionista, sono più abituati a una società multiculturale, transculturale, è un ambiente normale, mentre gli adulti ancora non l’hanno normalizzato.

Appunto. Nel femminismo occidentale si inizia a parlare di islamofobia e mancanza di empatia verso le donne che decidono di portare il velo. Si vedono però anche narrazioni più aperte, meno «occidentalocentriche» come dici tu, che raccontano questa scelta positivamente. Mi viene in mente la serie tv SKAM, dove Sana, una delle protagoniste, è musulmana e racconta la sua libertà nel portare il velo e nel professare la propria religione, e anche i suoi fratelli sono un esempio di mascolinità positiva. Ci sono casi simili che vuoi consigliare? Qual è secondo te il punto fondamentale da considerare quando si tratta il tema?
Non conosco la serie ma sì, è esattamente come hai detto tu, le nuove generazioni sono più aperte a un femminismo maggiormente empatico e quindi spingono per queste narrazioni, che sono necessarie. I giornalisti invece mi chiedono spesso che cosa ne pensi mio padre – che è un Imam – di quello che faccio, del mio lavoro, del viaggiare da sola. Che cosa deve pensare? È il mio più grande fan! Mi ha sempre sostenuta, come il resto della mia famiglia, e invece tutti si aspettano di vedere e leggere storie di maltrattamenti familiari e di difficoltà, anche nei miei fumetti. Mi spiace deludervi, ma da raccontare ho soltanto i classici conflitti che ha un’adolescente con i propri genitori.

Ci sta una bella risata, sì. Nelle tue interviste ogni tanto compaiono le donne forti della tua famiglia: tua madre, ma anche tua zia, felicemente pasticcera – nonostante le sue quattro lauree appese al muro –, e di quanto siano state per te un’ispirazione. Oltre loro, hai altre muse?
Non posso dimenticare le mie sorelle (ride, ndR), solo donne forti nella mia famiglia! Mia sorella più grande Imen, per esempio, come mia zia ha fatto parte di gruppi di attivismo contro la dittatura. Mi sono immersa nel volontariato ispirata da lei. Ora è tornata in Tunisia, si è candidata e ha contribuito a costruire le nuove fondamenta del Paese. Per farlo ha lasciato tutto quel che aveva faticosamente costruito in Italia. Quante persone l’avrebbero fatto? Non si è mai abbattuta nonostante le difficoltà, anche dentro il partito stesso. È una grande femminista, una lottatrice, e un’enorme ispirazione per me.

E per quanto riguarda il tuo lavoro invece? Hai qualche ispirazione? C’è un titolo letto di recente o in lista che vorresti consigliare?
Allora… io in realtà sono abbastanza nerd (scoppia a ridere, ndR). Almeno nei momenti di relax, di lettura, stacco la spina e mi butto su Game of Thrones, che sto cercando di finire dall’inizio della pandemia.

Sei molto autoironica, brillante, e non hai perso occasione per impegnarti nel sociale sin da adolescente – appena trasferita a Roma – prima con il volontariato e poi il fumetto. La Takoua di adesso è sicuramente il risultato di prove difficili, a cominciare da «Marco» (Il mio migliore amico è fascista), ma quanto della tua persona è sbocciato dalle difficoltà e quanto invece era già lì e ti ha aiutata a superare quelle difficoltà?
Un po’ e un po’. Io come carattere non sono mai stata influenzabile, e mi piaceva molto anche stare da sola, osservare e valutare il mondo dall’esterno. Poi, certo, sono risultato di tante esperienze e anche le persone più negative nella mia vita mi hanno insegnato qualcosa. Come la professoressa di cui racconto nel libro, determinata a farmi ripensare alla mia scelta del velo, con il suo pensiero «eurocentrico» mi ha dato il primo input per conoscere il femminismo… che però ho fatto mio. Penso che manchi un po’ il senso del dibattito come scambio reciproco, mentre viene più inteso come una battaglia per convincere l’altro, non per comprenderlo. Bisogna invece instaurare un dialogo con chi non la pensa come te, la vera sfida è quella.

Ti saresti immaginata così da bambina? Cosa pensavi di fare da grande?
No, non mi sarei immaginata di portare a casa dei risultati così! Ora però sogno molto più in grande. Da bambina, per esempio, avevo scelto di studiare chimica e poi ragioneria, mentre i miei genitori m’incoraggiavano a studiare arte. Io mi adiravo, dicevo «ma cosa ci faccio con l’arte, sarò disoccupata!» e invece… ora è davvero il mio lavoro.



La tua prossima sfida? C’entrano per caso la tua passione e i tuoi studi per il cinema

Con i miei fratelli sogniamo in grande. Dopo aver realizzato un documentario per la tv Al Jazeera, stiamo portando avanti progetti grossi… non faccio spoiler per ora!

Dopo tutto questo ardore, mi concedo una domanda magari più «frivola»: un prodotto o un rituale che consideri un punto chiave per la tua routine benessere? Una piccola magia personale…
Rido perché in realtà adoro le frivolezze, e penso che questo non sia affatto un argomento frivolo, anzi! Con la moda e la skin care abbiamo visto una vera rivoluzione inclusiva, dove finalmente si porta l’attenzione a diversi tipi e colori di pelle, e la normalizzazione passa anche, forse soprattutto, da qui. Al momento sto sperimentando con prodotti di The Ordinary e una crema occhi de La Roche Posay che fa i miracoli; mi piace molto la skin care e poi con questa mascherina… dovevo correre ai ripari.

Organizzata, determinata e alla conquista del mondo, una vera guerriera nata sotto il segno della Vergine. Grazie Takoua, mille di questi successi!

Seguite Takoua su Twitter: @takouaBM
E su Instagram: @takoua.b.m

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