Vuoi ricevere la nostra newsletter? Iscriviti

I Mandible, Lionel Shriver

Proprio ieri, all’ombra dei merli di un castello delle colline veronesi, mi aggiravo tra le bancarelle di una libreria fiorentina in trasferta. La Piccola Farmacia Letteraria di Firenze ha fatto una selezione di libri a cui ricorrere in cerca di una cura, con tanto di bugiardino e indicazioni, posologia ed effetti collaterali.

Ho pensato che ci sono libri che sarebbe difficile «somministrare» in questo modo. Che dopo aver letto Cecità di Saramago ci ho messo una settimana a riprendermi dalla botta, e però è un libro al quale, citando una mia carissima amica, «penso ogni giorno». Mi sono stupita che ci fosse, ad esempio, La trilogia della città di K di Agota Kristof, un altro dei miei libri preferiti, e un’altra di quelle letture che ti stendono (malamente) e che hai bisogno di tempo per digerire e apprezzare del tutto.

E I Mandible? Quale sarebbe la posologia dei Mandible?

I Mandible racconta le vicende di una famiglia americana sostenuta dalla sicurezza di un capitale immenso accumulato dal Grangranduomo, l’ultranovantenne dalla salute di ferro che tiene in pugno figli, nipoti e bisnipoti e che nella vita ha fatto – udite, udite! – l’editore (la cosa è divertente perché i libri non ci sono più, of course). All’improvviso, in questo ipotetico – ma non così improbabile – futuro prossimo, il dollaro crolla e il debito pubblico viene annullato. Tutte le ricchezze, tutti i risparmi vanno in fumo, scompaiono dalla sera alla mattina. Il Messico costruisce un muro per tenere lontani gli statunitensi (l’autrice in un’intervista: «Trump mi ha rubato l’idea»), la Cina governa il mondo, il bancor è la nuova moneta a cui gli americani non vogliono adeguarsi. All’improvviso, il far west: tutti contro tutti, perché:

«La pagliacciata della solidarietà nei tempi bui funziona solo quando si è in difficoltà un po’ per uno, non quando tutti sono in crisi contemporaneamente».

Laddove, fino a poco tempo prima, «la cosa peggiore che potesse capitarti era che un invitato a cena si presentasse con una bottiglia di rosso spudoratamente mediocre», improvvisamente manca tutto: l’acqua per lavarsi ma anche per bere, il cibo, lo spazio, la carta igienica! Sì, perché con l’autrice ho avuto modo di scambiare qualche parola prima di farle da interprete e lei mi ha detto: «Mi sono chiesta cosa mi mancherebbero di più e sono ad esempio piccole cose: il vino rosso». Certo. La doccia, le ho detto io. Una porta da chiudere, la solitudine. E, sì, la carta igienica.

Ho avuto modo di incontrarla, appunto. Sto usando il pronome giusto, incontrarla, anche se si chiama Lionel Shriver e Lionel è un nome d’uomo. A quindici anni l’ha cambiato. Perché? «Perché odiavo il mio nome» (un banalissimo Margaret a cui molte di noi si sarebbero passivamente adeguate). Lionel è un personaggio particolare, io all’inizio ne sono rimasta terrorizzata. È una di quelle donne che ti guarda dritto negli occhi e accoglie ogni tua parola con un silenzio, come a soppesarla, come a farti passare un esame. Sibila commenti taglienti e antipopolari che le hanno fatto piovere critiche e antipatie – «Forse adesso lascerete l’incontro, ma ritengo che la Brexit sia di per sé una buona cosa, gestita male, ma una buona cosa» –, e suscita nel suo interlocutore risate nere e amare che sono assolutamente liberatorie.

Ha raccontato di aver voluto immaginare un futuro che crede sia molto probabile, di voler affrontare alcune delle sue più grandi paure ma che, «se avrete la forza di arrivare alla fine», verrete ricompensati da un grandioso happy ending.

Ed è vero che la fine è positiva, anche se non nel senso classico del termine e forse qualcuno potrebbe pure risentirsi di un pensiero così anarchico libertario. È vero che nella lettura ci sono altissimi momenti di ilarità (l’idea che la gente si tenga in forma picchiando i vicini e così non abbia bisogno delle palestre è una delle mie preferite), che tutto il romanzo sia percorso da uno humor nero da cascare dalla sedia.

Pero è vero che il futuro che piazza davanti agli occhi è troppo probabile e troppo spaventoso per rimanere indifferenti e rilassati sul divano, accompagnati da una bella tazza di tè (o da un bicchiere di vino rosso).

Allora ecco, se dovessi dire, questo è il mio bugiardino:
Indicazioni: per chi vuole aprire gli occhi e guardare in faccia la realtà, cerca un libro forte e che colpisce come uno schiaffo, gradisce l’umorismo graffiante di un mondo probabile e spaventoso
Posologia: da leggere con il sole, con accanto la persona amata e una situazione economica solida, possibilmente in primavera e a bordo piscina di un resort di lusso
Effetti collaterali: in alcuni casi si è riscontrata una sospetta e irreversibile consapevolezza

♥ A cura di Silvia Turato
Nata a Vicenza, Silvia lavora da una decina d'anni nell’editoria ricoprendone via via quasi tutti i ruoli. Dal 2016 si dedica alla traduzione. Racconta il suo lavoro e i libri che legge nel suo neonato blog, «Il filo di rame».