venerdì, 20.03.2026
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Luzai: musa della musica che riscrive le regole del gioco

Luzai è un’artista che fa della contaminazione – tra stili, visioni, mondi – una scelta politica, prima ancora che artistica ed estetica: la sua musica attraversa generi, linguaggi e immaginari, trasformando ogni traccia in uno spazio di riconciliazione, ma anche di rottura. Cresciuta tra i ritmi di makossa e coupé-décalé, è stata influenzata tanto dalle sue radici camerunesi quanto dal pop di icone come Destiny’s Child e di Rihanna che dalle traiettorie più sperimentali dell’elettronica, riuscendo a costruire una visione personale, insieme intima e universale. Nei suoi brani convivono memoria e urgenza, corpo e pensiero, mentre la lingua diventa strumento di affermazione e resistenza.

In questa intervista ci racconta il suo percorso, il rapporto profondo con le figure femminili che l’hanno influenzata, la dimensione totalizzante dei live e il bisogno di prendersi cura di ogni dettaglio del proprio progetto, per riscrivere le regole del gioco.


Ciao Luzai, raccontaci chi sei (non dimenticarti un po’ di mappa astrale)! Come ti descriveresti a chi non ti conosce e qual è la tua storia?
Ciao! In realtà non ho ancora mai letto la mia mappa astrale per intero: so solo che sono Cancro ascendente Vergine, con la luna in Scorpione… ma vorrei saperne di più! Sono un’artista che lavora su identità, contaminazione a livello sonoro e anche visivo. Il mio percorso infatti nasce da questa necessità.

Parliamo subito della tua musica: raccontaci quali sono stati i tuoi primi ascolti e come si sono evoluti nel tempo i tuoi gusti musicali…
Sono cresciuta con la musica camerunense, ma non solo. Makossa, coupé-décalé, bikutsi, bouyon.

Ci sono suoni che porto nel corpo prima ancora che nei ricordi, legati alle feste, alla famiglia, alle influenze di mio padre. Durante l’adolescenza ero innamorata delle Destiny’s Child e di Rihanna, poco dopo è arrivata la musica elettronica, che mi ha aperto un mondo che mi ha spinto a cercare sempre più contaminazione.

Chi sono le tue muse, nella vita e nel tuo lavoro?
Senza alcun dubbio, la mia musa è mia madre. È la persona che ha ispirato e continua a ispirare più profondamente la mia vita e la mia musica. Poi ci sono Dania e Shany, le mie sorelle. In generale, sono sempre state le donne della mia vita a guidarmi, a influenzare il mio sguardo sul mondo.

Nella musica, ultimamente, sento di essere diventata anche la musa di me stessa: sto imparando a conoscermi davvero, a scavare, a riconoscere e coltivare la mia storia, a dare valore alle mie radici. È proprio la mia esperienza, nel suo insieme, la fonte d’ispirazione più autentica e potente che ho.

Curi in prima persona tutti i dettagli del tuo progetto: da dove viene questa esigenza e perché è colpa del tuo ascendente Vergine?
Sicuramente la Vergine rappresenta la mia dedizione (rigorosa a volte) alle cose (NdR ride). Ma credo in generale che la mia dedizione nasca dalla passione e dalla responsabilità verso il mio progetto. Poi essere un artista indipendente mi porta a dover essere autonoma, a prendermi cura di ogni livello del lavoro, anche perché non ho un’opzione B e a essere sincera non mi piace star ferma ad aspettare gli altri. Sto ancora cercando un equilibrio tra dedizione, controllo e amore per il processo. Anche nella vita quotidiana curo molto i dettagli e il mio progetto è praticamente un’estensione della mia vita.

I live sono una dimensione importantissima per te, in cui riesci a esprimere al massimo il tuo linguaggio e raccontare il tuo progetto artistico a 360°, giusto?
Sì, assolutamente. I live sono un momento fondamentale, in cui prende forma un po’ tutto. Sono la realizzazione di ciò che nasce in studio e per me il palco è il posto perfetto in cui tutte le arti che amo comunicano.

La dimensione studio, invece, come la vivi?
È uno spazio intimo, per me. Sono sempre stata piuttosto solitaria in studio, ma sto scoprendo che con le persone giuste può diventare molto più divertente.

Parliamo dei tuoi testi: dopo una prima esperienza di scrittura con Federico Dragogna, come hai scelto di proseguire da questo punto di vista con il nuovo EP?
In questo mio ultimo lavoro c’è un ritorno alle origini. AKA LOLA è il primo singolo, uscito il 23 gennaio scorso. Ho scelto consapevolmente di usare il camfranglais come atto identitario, perché è una lingua fluida e ibrida (in cui sono presenti parole camerunensi). L’ho scelta anche perché è nata come risposta spontanea al colonialismo. Il Camerun è bilingue (francese/inglese), ma questa divisione è un’eredità coloniale. Da qualche anno sto mettendo in discussione ciò che ho interiorizzato vivendo in una società occidentale per dare spazio alle mie radici, al mio background, a ciò che esisteva prima di me.

Ci sono altri pezzi nuovi di cui vorresti raccontare qualcosa di più?
TIMES SQUARE: un brano nato all’improvviso… Non era programmata la sua uscita. È arrivato come un’urgenza. In Italia la disparità tra uomini e donne nella musica è ancora evidente; se poi si parla di donne nere, il divario diventa ancora più grande. Questa canzone è un inno per tutte le donne. Non serve essere nere per capirlo. La lotta transfemminista riguarda tutte noi. Non dobbiamo dimenticare le donne nere, le donne trans, le donne immigrate, le donne disabili: donne che, oltre alla lotta di genere, spesso ne affrontano altre tre o quattro contemporaneamente. Per questo credo che sia importante lottare insieme, in modo consapevole, includendo nella narrazione transfemminista non solo il genere, ma anche tutte le altre dimensioni che attraversano le nostre vite.

Che cosa vuoi raccontare con le tue parole e con la tua musica?
In parte ho già risposto a questa domanda. Racconto le mie esperienze, i miei valori e la forza delle donne che mi hanno cresciuta. Vorrei che ci fosse più rappresentazione. Il mio sogno è vedere le donne che oggi sono ai margini arrivare ai vertici della società. Immagino un mondo in cui si riescano a superare le barriere di razza, classe e genere. Vorrei che a contare fosse semplicemente la persona. Ma per arrivarci dobbiamo continuare a lottare.

Con quale artista (italiano o internazionale) ti piacerebbe collaborare?
In Italia ho appena collaborato con Ethan, che sarà presente nei prossimi lavori: lavorare insieme è stato molto naturale e spero davvero di poterlo rifare presto. In questo periodo mi trovo a Parigi, appunto per scrivere quindi penso che avrò l’occasione di conoscere molte persone. Nel mio radar, in questo momento, c’è un artista che ho scoperto da poco e che secondo me spacca: si chiama LinLin.

Mi piacerebbe vederti collaborare anche con altre artiste donne. Per l’Italia mi viene subito in mente La nina, perché anche lei con la sua musica parla di contaminazione tra mondi diversi, ma anche di femminilità e sorellanza. Sarebbe bellissimo. Cosa ne dici?
Sarebbe davvero bellissimo collaborare con La nina, ho apprezzato molto la sua ultima opera, ho trovato similitudini con la sua lotta e nella fierezza con racconta le sue radici. Po, ritornando ai segni, so che siamo entrambe Cancro, di luglio!

Che cos’è per te la bellezza?
Per me la bellezza è la verità.

Che rapporto hai con il tuo corpo?
La società occidentale mi ha sempre messo di fronte a canoni in cui non sono mai rientrata.
Ho sofferto di DCA in passato. Oggi sono felice che appartenga al passato. Non sono perfetta, ma mi sento molto più consapevole del mio potere e sono grata di avere un corpo che mi fa fare tutto quello che faccio.

Mi permetto di dirti: bravissima. E con il mondo beauty (skincare, bodycare, make up, profumi) che rapporto hai? Hai dei must-have o rituali irrinunciabili?
Io adoro gli spray rinfrescanti e i tonici per me sono vita. Il burro di karité lo uso per qualsiasi cosa: sono appena tornata dal Cameron e me ne sono portata dietro tre litri, giusto per sicurezza! A parte gli scherzi, mi piace l’idea di utilizzare prodotti completamente naturali su di me, il meno processati possibile (e in Cameron i prodotti naturali sono davvero naturali), quasi come appena caduti dall’albero. Alla fine, per la mia pelle, il vero cuore della skincare è l’idratazione, lo è da quando sono bambina!

Ci sono libri, film o album che hanno letteralmente cambiato la tua vita?
L’ultimo album di Doechii e, soprattutto, la sua storia. Mi ha aiutata a rileggere un momento complesso con più determinazione.

Dove ti immagini tra cinque anni, artisticamente e personalmente?
In un posto felice al caldo. E decolonizzata.

C’è qualcosa che non ti ho chiesto e che vorresti aggiungere prima di salutarci?
Credo di aver detto ciò che conta. È stato un piacere, a presto!

INTERVISTA: MUSA
FOTO: IRENE TRANCOSSI