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Intervista a una Musa: Camilla Mendini

Seguiamo Camilla Mendini su Instagram  da parecchio tempo, e ci sembra quasi di conoscerla di persona. È la nostra MUSA della moda sostenibile (se non sapete di che cosa stiamo parlando affrettatevi a leggere l’intervista e soprattutto correte a seguirla anche voi!): una giovane donna coraggiosa e determinata, sempre estremamente dolce e generosa, che si fa notare nella giungla della rete per la sua gentilezza autentica e la schietta bellezza; un’italiana che è andata a vivere a New York – e di questa vita ci racconta gioie e dolori – designer, mamma e moglie, fondatrice di un brand di moda speciale, che racconta le sue storie d’amore con le tradizioni tessili di tanti paesi del mondo. Siamo molto orgogliose di questa lunga chiacchierata ricca di spunti, riflessioni e idee, per vivere anche la moda in modo più consapevole. Buona lettura!

Ciao Camilla e grazie per questa intervista! Per prima cosa vorrei chiederti di presentarti alle nostre lettrici che ancora non ti conoscono: chi è Camilla Mendini e che cosa ci fa a New York?
Ciao e grazie mille a voi! Sono una designer italiana che da quattro anni si è trasferita a New York per lavoro, con un marito e un figlio – a cui si è aggiunta una sorellina qualche mese più tardi! Sono conosciuta sul web come Carotilla, mi occupo principalmente di moda e lifestyle sostenibile. Da un anno a questa parte ho coniugato il mio lavoro di designer al mio impegno nella sostenibilità, creando Amorilla: un marchio di moda femminile che riporta in vita antiche tradizioni tessili in chiave moderna e femminile.

Passiamo subito al nocciolo della questione, che è anche il motivo per cui ti consideriamo una vera e propria MUSA: il concetto di moda sostenibile, di cui sei ambasciatrice. Vuoi spiegarci che cosa significa e come ti sei avvicinata a quella che può essere considerata una vera e propria filosofia di vita?
Per moda sostenibile si intende quella moda che viene creata, prodotta e distribuita con un occhio di riguardo verso i lavoratori coinvolti (etica sul lavoro) e nei confronti dell’ambiente (sostenibilità ambientale). Sembrerebbero aspetti scontati, ma l’industria della moda è ancora adesso una delle più inquinanti al mondo per il suo enorme consumo di energia e di acqua che servono a livello produttivo. Inoltre più dell’85% dei vestiti che siamo abituati a comprare viene buttato via dopo un anno e solo l’1% viene realmente riciclato.
Bisogna cambiare rotta: non solo perché stiamo inquinando il pianeta con le nostre scelte, ma anche perché la schiavitù moderna esiste ed è proprio rappresentata dai lavoratori nell’industria tessile che non vengono pagati il minimo sindacale e che rischiano la vita per confezionare una maglietta da 10 euro.
Il mio impegno, prima come consumatrice e poi come designer sostenibile, è nato dopo aver visto il  documentario The True Cost. Quell’ora e mezza spesa a guardarlo, ha cambiato per sempre il mio modo di vedere e di vivere la moda. Una volta capito cosa si nasconde dietro al basso costo dei vestiti che compriamo, non ho più potuto fare finta di niente. Ho deciso che dovevo capire se esistevano – e quali erano – le reali alternative alla moda che indossiamo e acquistiamo tutti i giorni, e ho iniziato a creare video su questo tema su YouTube.

È vero… Spesso agiamo senza riflettere e senza pensare all’impatto che anche un piccolo gesto (come acquistare un capo d’abbigliamento o fare la raccolta differenziata) può avere sul nostro presente e futuro. Che consigli daresti a chi vuole cominciare a riflettere sulle proprie azioni in questo senso?
Comprare molto meno e meglio è la soluzione: preferire marchi interamente sostenibili (e non quelli che si professano tali con tecniche di marketing chiamate greenwashing), tessuti naturali, aziende etiche, scegliere abiti di seconda mano e vintage, partecipare a swap parties, preferire materiali alternativi alla plastica, riciclare in maniera corretta e cercare di ridare vita a oggetti o vestiti che non utilizziamo più.
Non si tratta di una scelta semplice per vari motivi, ma per esperienza posso dire che lo scoglio principale è proprio il costo, maggiore di quello a cui ci ha abituato la fast fashion. I prezzi della moda sostenibile sono generalmente più alti, proprio perché non vengono tagliati i costi nella fase di produzione. Solitamente le grandi catene e i marchi non sostenibili (cioè la stragrande maggioranza dei marchi presenti sul mercato) cercano di risparmiare su ogni aspetto di lavorazione: riducendo al minimo le paghe dei lavoratori, preferendo materiali che costano poco – e che durano anche poco –, riducendo la qualità del singolo pezzo in modo da avere pronti più capi possibili, nel minor tempo possibile e al minor costo produttivo possibile.
Una gara al ribasso per portare sul mercato vestiti che sono fatti per durare poco e per proporre 52 collezioni all’anno, facendo sentire sempre «fuori moda» i consumatori, che corrono a comprare il capo e l’accessorio di punta visto su Instagram, che verrà poi abbandonato nell’armadio nel giro di qualche settimana.
Quello che spesso il consumatore non nota è che si spende di più comprando molti capi di bassa qualità e che smettono di essere considerati di moda velocemente, rispetto a comprare meno cose, di cui siamo davvero sicuri, che singolarmente costano di più, ma che dureranno molto più tempo e nel nostro armadio.

Ci sono dei libri, degli articoli o dei documentari che ci consiglieresti a chi vuole approfondire questo argomento, oltre a The True Cost, di cui paravi prima? 
Ho trovato molto interessante To die for, il libro di Lucy Siegle, in cui l’autrice descrive una panoramica molto dettagliata del mercato europeo dagli albori della fast fashion in poi, raccontando soprattutto il diffondersi di questa in Inghilterra.
Consiglio anche Slave to Fashion di Safia Minney, che parla della schiavitù moderna dell’industria tessile e Siete pazzi ad indossarlo di Elizabeth Cline, che racconta, in maniera molto simile a quella di Lucy Siegle, come l’industria della moda americana sia passata da essere un punto di riferimento di qualità, a qualcosa di molto diverso, piegandosi ai dettami della fast fashion.
Per quanto riguarda invece il tema della plastica, come documentario direi senza ombra di dubbio A plastic Ocean e come lettura velocissima, ma piena di ottimi spunti No. More. Plastic. di Martin Dorey.

Grazie Camilla! E ci sono invece delle semplici regole da seguire per avvicinarsi a questa filosofia?
Uno dei miei video su Youtube più apprezzati, intitolato «Armadio sostenibile in 5 step e senza spendere soldi!» penso sia quello che meglio aiuta le persone che vogliono approcciarsi alla moda sostenibile in modo soft e senza stravolgere le proprie abitudini. Le conque semplici regole che consiglio sono:

1. Guardare cosa si ha già nell’armadio: capire, guardando nei propri cassetti, cosa si indossa volentieri e cosa no, riconoscere gli acquisti sbagliati e comprendere il motivo per cui alcuni capi rimangono nell’armadio senza mai essere indossati.
2. Valorizzare i vestiti che non indossate più: mettere da parte i vestiti che avete capito non essere più di vostro gradimento. Possono essere donati o venduti a negozi di seconda mano o con app e siti come l’Armadio Verde, Depop, etc oppure scambiati con amici, colleghi o anche sconosciuti partecipando a swap party.
3. Swap Party: sono sempre più diffusi anche in Italia, sebbene siano stati lanciati in USA (qui a New York sono eventi molto apprezzati) e consistono nello scambio di vestiti. Portate i capi che non indossate poi e scambiateli con quelli di alter persone che vogliono rifarsi il guardaroba senza spendere nulla!
4. Fare una lista dei capi che veramente servono: adesso che il vostro armadio è molto più coerente con i vostri gusti, perché sono rimasti solo i capi che vi piace indossare mentre gli altri li avete donati, venduti o scambiati, è ora di scrivere nero su bianco cosa vi manca nell’armadio. Scrivere una lista vi aiuterà a non fare acquisti d’impulso, ma a capire veramente cosa vi serve e cosa potreste inserire nel guardaroba che avete già (non cadendo nell’errore di comprare una maglia bellissima che pero non si abbina con niente che avete già, ad esempio).
5. Comprare quello che realmente vi serve, preferendo marchi sostenibili, di seconda mano o vintage.

Come si riconosce un brand sostenibile e come si «smaschera» chi si vanta di esserlo, ma in realtà  mette in atto la famigerata operazione (di marketing) di greenwashing?
Sarò sincera, non è molto semplice, perché si entra in una zona grigia dove moltissimi brand (non sostenibili) fanno gara a definirsi tali solo per conquistare fette di mercato sensibili all’argomento. Il greenwashing si sta diffondendo molto perché la sostenibilità sta diventando una tendenza. Ci sono alcune app, come Good on You o il sito Fashion Revolution, che possono aiutare noi consumatori a capire meglio se un brand è realmente sostenibile. Ho dedicato molti dei miei video Youtube su questo argomento. Uno di questi, uscito recentemente è intitolato: «Brand sostenibili: chi mente e chi dice la veritá?» in cui mostro i tre passaggi che seguo per smascherare i brand.

Ti sei appassionata al punto da creare una tua linea di abbigliamento: vuoi parlarcene? Come nasce Amorilla e quali sono le caratteristiche del tuo brand?
I capi Amorilla raccontano storie d’amore legate ai tessuti e alle tradizioni tessili del mondo: ogni storia d’amore nasce infatti da un colpo di fulmine nei confronti di un ricamo, una tecnica di stampa o un filato tradizionale di un qualche Paese. Ogni collezione, che io chiamo Love Story, nasce e viene interamente prodotta localmente, utilizzando materie prime e lavoratori locali: la prima storia d’amore è stata realizzata in Rajasthan, India, utilizzando un cotone biologico locale, stampato a mano con l’antica tecnica del Block Printing e cucito a mano in India. La seconda collezione racconta invece della ricchezza dei filati italiani, con una serie di capi realizzati in canapa e lana di yak, filati a telaio vicino a Como e cucita da donne che si sono salvate dal cancro al seno, in un piccolo laboratorio sartoriale a Verona.

Che bellezza!… E vuoi parlarci della nuova Love Story?
La terza Love Story è una ripresa del bestseller della collezione «India», stampata a mano su cotone biologico. Il kimono dress era andato velocemente sold out, cosi ho voluto inserire nuovi colori e ampliare anche il ventaglio taglie, coprendo dalla XS alla XXL. In questa ultima Love Story ho anche inserito per la prima volta un accessorio: si tratta di una borsa, sempre stampata a mano, che è leggera, molto versatile e lavabile in lavatrice.

Ci sono alcuni nuovi brand sostenibili che ti piacciono particolarmente e che hai voglia di suggerirci?
Alcuni brand scoperti da poco ma che secondo me meritano di essere tenuti sott’occhio sono Womsh marchio di scarpe vegan italiano, Diorama Boutique, un negozio vintage e second hand di Bologna che ha anche al suo interno una selezione di capi nuovi – spesso realizzati da giovani artigiane italiane – e Girlfriend Collective, un marchio californiano che produce capi sportivi coloratissimi e molto resistenti, riciclando bottiglie di plastica, che è anche super inclusivo.

Vorrei chiederti ancora qualcosa di te… Com’è la tua giornata tipo e che cosa ti piace fare nel tempo libero (se riesci a ritagliarti dello spazio per te)?
La mia giornata tipo inizia alle 6 di mattina, se non prima: dedico circa 30 minuti per rispondere ai messaggi e alle domande che ricevo da parte di chi mi segue su Instagram e su Youtube.
Alle 6:30 mi alzo, preparo il pranzo per la scuola per i bimbi e la colazione per tutti.
Attorno alle 8:30 sono pronta anche io e posso iniziare la mia giornata di lavoro. Molto spesso lavoro da casa, perché mi permette sia di creare contenuti per i miei social, sia di fare call per Carotilla e Amorilla, di rispondere alle email di lavoro, di pubblicare contenuti, di gestire e spedire gli ordini per Amorilla.
Alle 2:30 recupero i bambini da scuola e cerco di portarli il più possibile fuori a giocare o a fare una passeggiata nel parco.
Verso le 5:00 mi dedico al work-out a corpo libero del giorno o passo altro tempo a lavorare.
Verso le 6:00 inizio a preparare la cena. Intorno a quest’ora torna di solito anche mio marito e passiamo la serata tutti assieme.
Alle 8:30, bimbi a nanna e noi guardiamo insieme un film o leggiamo un libro. Il tempo libero lo ritaglio nel weekend: faccio yoga ogni sabato e tutti assieme andiamo spesso a vedere mostre e musei che ci ispirano in città.

Un libro, un film, una serie tv e un album (o una canzone) che ami particolarmente?
Libro: Becoming di Michelle Obama (potete leggere la nostra recensione qui), donna di grande determinazione, lucida e combattiva. Serie TV: Game of Trones, abbiamo iniziato a guardare la prima serie il mese scorso e siamo già arrivati a metà della settima, quasi in tempo per vedere in tempo reale l’ultimo episodio dell’ottava serie! (non sai cosa ti aspetta, Cami! ndR). Canzone: Juice dell’esplosiva Lizzo.

A proposito di New York, infine, la tua città adottiva che noi amiamo follemente: che consigli daresti a chi sta programmando un viaggio? Un luogo speciale, un ristorantino imperdibile, il tuo museo del cuore, un negozio vintage, ecc. 
New York può essere una città travolgente e soffocante se visitata la prima volta, perché spesso le zone più battute dai turisti sono anche le più caotiche e le meno attraenti. Evitate quindi posti come Times Square, dove l’unica nota positiva è il fatto di essere vicini a Broadway, preferite invece zone più tranquille e ricercate come il West Village e il Greenwich Village; o più sorprendenti e variegate come l’East Village. Uno dei miei ristoranti preferiti è Thai Villa, thailandese molto gustoso oppure il più alla mano Jack’s Wife Freda, per un brunch con gli amici. I miei musei preferiti sono il Whitney Museum, sia per la location vicino alla High Line che per le mostre, e il New Museum, a SoHo. Le zone migliori invece per fare affari vintage e second hand sono Bushwick e Williamsburg.

C’è qualcosa che non ti ho chiesto e che vorresti aggiungere prima di salutarci?
Per tutte le persone che vogliono avvicinarsi a uno stile di vita più sostenibile, ci tengo a dire: non scoraggiatevi! Non serve che poche persone diventino consumatori perfetti, ma che ognuno di noi attui dei piccoli cambiamenti in modo che gli sforzi di tutti si sommino e facciano la vera differenza.

Seguite Camilla su Instagram: @carotilla_
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♥ A cura di MUSA