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Alexa Polanco: musa di un nuovo design, «vivo e interconnesso»
Di origini domenicane, nata a New York e cresciuta in Italia, oggi vive e lavora a Los Angeles: Alexa Polanco è prima di tutto un’anima, e una musa, creativa e in continuo movimento. La sua è un’energia dolce e gentile ma allo stesso tempo intensa e irresitibile, che rispecchia anche le mille sfumature del suo estro creativo. L’abbiamo incontrata in una mattina luminosa di questo inverno pungente, per chiederle di raccontarci la sua storia.
Ciao Alexa, vuoi presentarti alle lettrici di musa?
Sono Alexa Polanco, designer multidisciplinare. Mi muovo costantemente tra diversi mondi: set design, spatial design, experiential design, floral design, eventi, creative direction, fabrication, insieme a tutto ciò che riguarda le arti visive e che cattura la mia attenzione! Mi guida un profondo rispetto per i sistemi naturali e per i fili invisibili che connettono persone, materiali e luoghi – come un ecosistema che cresce, si trasforma, si rigenera. Il mio processo nasce dall’esplorazione materica. Lavoro con le mani, con i materiali, con la natura. Il mio obiettivo è trasformare forme organiche, texture e ritmi in design contemporaneo intuitivo, vivo e interconnesso. Sono nata sotto il segno del Toro.
Raccontaci la tua storia: quali sono state le tappe più importanti della tua vita?
Sono di origini dominicane, nata a New York e cresciuta in Italia, immersa nell’arte e nella musica fin da piccola. Ho frequentato il liceo artistico in Italia, poi a vent’anni sono tornata a New York per studiare interior design (alla SVA e FIT), ed è lì che è iniziato il mio percorso nel set design. Da New York mi sono trasferita poi a Los Angeles, dove ho creato il mio studio e iniziato a sperimentare con materiali e mezzi diversi: fiori, cucito, lavorazione del legno, pittura. Tutto ciò che tocco diventa parte del mio linguaggio visivo. A un certo punto è arrivato anche uno Yoga Teacher Training, che mi ha cambiato la vita e mi ha insegnato nuovi modi di percepire il mondo. Sono sempre alla ricerca di un’armonia tra natura e design.
Al tempo, cosa ti ha spinto a tornare a New York?
Ambizione, curiosità, voglia d’indipendenza e di scoperta. Per quanto amassi la lentezza e la natura del mio paesino in Italia, sentivo il bisogno di scoprire il mondo, di uscire dalla mia piccola bolla. Così ho deciso di provarci, da sola, con due valigie e tanto fuoco dentro. NY è stata una sfida bellissima. Scuola, lavoro, vita intensa, stimolante e piena di scambi ed emozioni. Lì mi sono aperta al mondo.
Com’era la città in quel periodo e come l’hai vissuta?
Un vero e proprio ciclone! NY è vibrazione pura: culture che s’intrecciano, ispirazione ovunque, una condivisione tra le persone che trovo veramente unica e indescrivibile. Sempre viva, pulsante, emotiva! Io, arrivata giovane, senza grande esperienza di vita (se non quella del mio paesino vicino a Torino), mi sono ritrovata a gestire lo studio, il lavoro e la vita sociale. Amo profondamente quella città, ma da buona Toro sapevo di aver bisogno della natura e di ritmi più lenti. Mi ha sicuramente insegnato la resilienza e ha plasmato la base della mia personalità.
Quindi poi è arrivata Los Angeles. Che atmosfera si respira sulla West Coast?
LA per me è spazio, sia fisico che mentale. Avendo vissuto lo stimolo costante di NYC, sentivo un bisogno di radicamento. Così mi sono reinventata di nuovo. O forse evoluta, nella mia versione più reale. Anche a LA c’è sempre un livello di apertura, condivisione e stimoli, arte, musica, ma grazie agli spazi più ampi la città t’invita quasi a rallentare e a ritagliarti i tuoi momenti. È stato un periodo di forte riflessione e crescita per me. Capire chi sono senza l’overstimulation di NY. La prima cosa che ho fatto è stata immergermi nella natura e creare routine radicate.
«Ho sempre avuto una doppia identità: una parte di me sogna di vivere in un bosco sperduto nel nulla e un’altra è attratta dal design, dall’innovazione e dall’arte.»
Ora vivi tra USA e Italia: cosa ami di questi due mondi?
Quello che amo dell’Italia è la cultura, in tutte le sue forme: l’arte, la musica, la storia, il cibo. E quel senso di comunità che c’è nelle piccole realtà, dove tutti si conoscono e si aiutano, quel senso di calore umano così spontaneo. È un posto che parla alle mie radici e alla parte più sensibile di me. In America invece mi attirava questo mondo d’innovazione, la spinta creativa, la diversità, l’apertura mentale. A dire il vero non conosco la maggior parte degli Stati Uniti, e sono stata fortunata a vivere in due città così ricche di diversità e connessioni, che ti aprono e ti trasformano.
In che modo convivono in te tutti questi aspetti?
In modo naturale, anche se per molti anni mi sono sembrati mondi opposti. Rappresentano la possibilità di esprimere parti diverse di me, in contesti diversi. Siamo inevitabilmente influenzati da ciò che ci circonda: le persone con cui interagiamo, le routine che costruiamo, perfino la lingua che parliamo. Mi piaceva l’idea di poter vivere il full spectrum della mia personalità. L’Italia rappresenta la mia parte emotiva e istintiva, legata alle radici e ai rituali. L’America invece è la visione, la parte di me che si reinventa, che non ha paura di cambiare pelle. Inizialmente, questa doppia identità mi ha fatta sentire spesso fuori luogo (una sensazione con cui ho fatto i conti per molto tempo). Ora penso di aver trovato un equilibrio. Ed è proprio in quella tensione tra nostalgia e possibilità che nasce la mia creatività. Ho accettato che queste identità, dentro di me, non si escludano affatto. Si completano, infatti. È un privilegio vedere il mondo da più prospettive e muoversi tra identità diverse.
Come sono la tua casa e il tuo laboratorio a LA? In che modo il tuo spazio ti assomiglia?
La mia casa e il mio studio a LA sono il riflesso di chi sono, per questo sento un legame così forte con questi spazi. La casa è la mia oasi. Circondata da piante, oggetti naturali raccolti durante i viaggi, tessuti leggeri e spazi dove posso muovermi liberamente. Ogni oggetto è scelto con cura, tra mobili vintage e pezzi creati da me, che trasmettono un’energia di pace. Qui cucino, ballo, faccio yoga, mi prendo cura delle piante e di me stessa, curando ogni dettaglio. Lo studio invece è il luogo dove mi perdo nel creare, sperimentare e lasciarmi ispirare dalla musica e dalla luce del sole, che invade lo spazio. Anche qui sono circondata da oggetti raccolti e elementi naturali. Lo studio è anche uno spazio di condivisione. Ho voluto creare un «salotto» per artisti, aperto a collaborazioni, incontri e idee. Ogni tanto organizzo mercatini e pop-up con designer, musicisti e creativi locali, spesso per cause benefiche. È uno spazio dinamico e accogliente, dove chiunque può sentirsi libero di portare la propria creatività e contribuire alla costruzione di una community.
Come ti sei formata per diventare set designer e qual è il tuo background?
In realtà sono entrata nel set design quasi per caso. Un giorno ho fatto assistenza a un’amica e mi sono subito innamorata di questo lavoro. Non ho seguito una formazione specifica, ma il mio background in Interior e Spatial Design mi ha dato senza dubbio le basi necessarie per muovermi con sicurezza.
Come fai ricerca per il tuo lavoro?
Sono sempre alla costante ricerca d’ispirazione. Dalla natura ai libri di design e ovviamente dal mondo digitale, esplorando diverse piattaforme. Anche quando non ho progetti attivi, raccolgo e archivio idee e spunti che mi colpiscono. Collaborare e confrontarmi con altri artisti è fondamentale. Scambiare punti di vista, metodi e approcci diversi è uno dei modi migliori per far nascere nuove idee e arricchire il mio processo creativo.
In che direzione sta andando il tuo lavoro oggi? Quali sono i tuoi progetti?
Oggi il mio lavoro ruota soprattutto attorno allo Spatial Design: interior, set, ma anche tantissimo gli eventi, perché adoro entrare in contatto con le persone e creare esperienze condivise. Cerco comunque sempre d’intrecciare diversi ambiti in quello che faccio. Ultimamente sto anche facendo ricerca sui biomateriali, sviluppando un progetto con un’amica, attraverso il quale cui creeremo oggetti di scena e wardrobe… Stay Tuned!
Chi è la tua musa?
La mia musa è mia mamma. È una donna incredibilmente forte e resiliente, ma che riesce sempre a mantenere leggerezza e apertura nella vita. Ambiziosa e creativa, non si lascia mai indurire dalle difficoltà. Una sensibilità unica. Grazie a lei ho questo spirito e la convinzione che tutto sia possibile, che possiamo realizzare ciò che vogliamo. Mi ha sempre incoraggiata a fare esperienze e a scoprire il mondo.
E quali sono stati invece gli incontri più importanti della tua vita?
La mia insegnante di filosofia dello yoga un giorno mi ha spiegato che in sanscrito non esiste la parola «perfetto», ma si usa «purna», che significa completo.
«Spesso inseguiamo un concetto idealizzato di perfezione. Sentiamo di dover sempre fare o avere di più. In realtà non serve aggiungere altro, basta essere presenti: ciò che siamo è già abbastanza»
Ed è proprio da qui che ci si apre alle infinite possibilità che la vita ha da offrire, riconoscendo il valore di tutto ciò che abbiamo. Fondamentali sono anche i miei amici più stretti, che mi ispirano e supportano ogni giorno. Ogni persona che incontro mi insegna qualcosa di nuovo su me stessa e sul mondo. È un continuo scambio che mi fa crescere e vedere le cose da prospettive diverse.
Qual è la colonna sonora delle tue giornate ultimamente?
Vado molto a periodi, ma la base è sempre la stessa, ambient, jazzy, hip hop, soul vibes… e tutto ciò che è un po’ weird e sperimentale. Di recente “Inner-connectednesses” del trio Surya Botofasina, Nate Mercereau e Carlos Niño.
Com’è la tua beauty routine e quali sono i tuoi prodotti preferiti/che ti fanno sentire bene?
La mia beauty routine è piuttosto semplice e basata sulla clean beauty. AM tutto molto essenziale: cleanse, moisturize e sunscreen. PM: cleanse, toner, moisturize, e quando la pelle ha bisogno di un extra boost aggiungo maschere o sieri. Amo tantissimo la linea di Osea. Spesso mi preparo anche da sola piccoli prodotti e “pozioni”.
Hai un profumo del cuore?
Non sono grande amante dei profumi, ma di recente sto usando Henry Rose – Fog , delicato e unisex. E ogni tanto un po’ di Nieves – cloud of protection. Amo le fragranze naturali.
Che cos’è per te la bellezza?
La bellezza, per me, è interiore. È lo spirito e l’energia di una persona, quella luce radiante e la sensazione di calore e vitalità che trasmette.
INTERVISTA: MUSA
FOTO: IRENE GUASTELLA