- Muse
Intervista a Isabella Franchi
Di questi tempi uniformarsi è spesso una necessità. Per questo vi raccontiamo la storia di
Isabella Franchi (meglio conosciuta come @unghiedellamadonna): una bambina un po’
«strana» – solitaria, curiosa e dai gusti un po’ eccentrici – che oggi è diventata una donna
coraggiosa, di successo, capace di evolvere credendo sempre nella sua visione della bellezza.
Una bellezza che «può essere anche oscura, stravagante, bizzarra», e che lei ha trovato il
modo di raccontare attraverso la nail art.
Ciao Isa, come vuoi presentarti alle nostre lettrici?
Ciao, sono Isabella Franchi. Scorpione, ascendente cuspide Pesci-Ariete, luna in Toro. Sono una nail artist e mi occupo principalmente di set fotografici, campagne pubblicitarie e sfilate. Parallelamente mi dedico anche alla creazione di contenuti per i brand, sempre con un focus su unghie e smalti.
Il tuo mondo è sempre stato questo?
In realtà il mio background è un po’ diverso, perché ho studiato moda.
Raccontaci il tuo percorso…
Ho studiato Culture e Tecniche della Moda all’università a Rimini. E ho frequentato anche dei corsi di sartoria e merceologia, perché mia nonna era sarta… quindi ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto approfondire la parte più manuale e creativa. Poi ho capito che il lavoro che sarei riuscita a fare subito, legato al mondo fashion, era la visual merchandiser. Ho frequentato un corso allo IED e per dieci anni ho fatto questo. Quando mi sono resa conto che a Milano non riuscivo a crescere sono andata a Londra e lì sono stata per quattro anni. Sono arrivata a viaggiare tanto, a gestire tanti negozi e nuove aperture… Poi però, rientrando a Milano, ho avuto una specie di crisi esistenziale.
Che cosa ti ha mandato in crisi?
Tornando qui mi sono resa conto che non era più il lavoro che volevo fare. Mi sono fatta questa domanda: fra dieci anni ti vedi ancora a fare levatacce, a lavorare per altri, a non avere libertà creativa? Ho deciso di buttarmi e ho iniziato ad aprire i recettori per capire cosa potessi fare nella vita. Ho provato a fare la tatuatrice, ma nemmeno questa era la mia cosa. Non dormivo la notte, perché pensavo di rovinare le persone a vita mentre stavo imparando… Nel frattempo, mi sono avvicinata al mondo della nail art.
E come ti sei avvicinata alla nail art?
A Londra, intorno al 2015-2016, avevo visto nascere i primi pop-up dedicati solo ed esclusivamente alle decorazioni sulle unghie. Tornata a Milano, da cliente, mi sono resa conto che non c’era niente di simile e mi sono detta: ma è possibile che nella città della moda non ci sia nessuno che se ne occupi? Allora ho iniziato a farmi le unghie da sola, da autodidatta (perché non avevo tempo di andare dall’estetista e, soprattutto, perché non mi piaceva come me le facevano). Le persone mi fermavano per strada per chiedermi dove mi ero fatta le unghie…. E ho capito che forse c’era la richiesta e non l’offerta. Ho fatto la formazione necessaria e sono partita.
È stata l’idea giusta al momento giusto?
Direi di sì, perché ho avuto subito tante richieste. Poi è arrivato il Covid… e mi sento anch’io un po’ figlia del lockdown. Non potendo lavorare ho iniziato a usare Instagram per fare tutorial, sempre molto focalizzata sulla parte creativa. Ho lavorato da subito sulle press-on, decorando tantissimo. E da lì si è sbloccato tutto: hanno iniziato a contattarmi le persone per i video musicali, per fare nail art creative. Una delle prime clienti con cui ho lavorato è stata Myss Keta, ai tempi d’oro delle ragazze di Porta Venezia.
È partito tutto grazie al passaparola?
Sicuramente. Era anche un periodo in cui si vedeva tanto dall’estero questo trend di nail art pazzesche, molto lontane dall’estetica tradizionale delle unghie ricostruite a cui eravamo abituate. C’era tanta curiosità, un bel po’ di fermento, e fortunatamente il mio lavoro è esploso nell’arco di pochissimi anni. Inizialmente Ho affittato una postazione in un centro estetico, per fare clienti privati, poi mi ha contattato un’agenzia per iniziare a fare campagne pubblicitarie, sfilate, eccetera. E ho iniziato così.
Che bambina sei stata?
Io sono figlia unica e da quando ho compiuto dieci anni sono cresciuta solo con la mia mamma, quindi sono stata una bambina particolarmente abituata a stare da sola… Mia mamma era molto apprensiva e si è occupata di me da sola, facendo mille sacrifici. Poi devo dire che sono sempre stata anche quella «vestita strana», perché avevo la nonna sarta! Vedevo i vestiti nelle vetrine dei negozi, scattavo la foto, e mi facevo fare gli abiti come volevo. Ero sempre vestita stranissima, mi hanno presa in giro alle elementari e anche alle medie… ma a me non interessava, perché avevo i vestiti belli di mia nonna. Andavamo insieme nei negozi di tessuti a scegliere le cose più strane.
E come è andata nel periodo dell’adolescenza?
Da adolescente ho ostentato fin troppo il fatto essere diversa dagli altri. Facevo tutto il contrario di quello che facevano i miei amici e spesso ero sola. Andavo al parco a disegnare, coltivavo la mia passione per i fumetti. Il mio preferito era I Cortili del Cuore di Yazawa, in cui la protagonista vuole diventare stilista: molto legato al mondo della moda, con personaggi stranissimi, super queer. Avrei tantissimo voluto fare il liceo artistico, ma essendo in un’altra città mia mamma non ha voluto, preferiva che restassi vicina a lei. Quindi ho fatto lo scientifico e poi ho cercato d’intraprendere un percorso più legato alla moda, che è sempre stata la mia passione.
Chi è la tua musa?
Ti direi Yayoi Kusama. Lo so che adesso sembra banale, ma mi sono appassionata a lei prima che avesse successo. L’ho conosciuta all’università, studiando arte contemporanea giapponese. Yayoi Kusama nasce come body artist ed è stata una delle prime artiste donne in Giappone negli anni ’60. È andata avanti per la sua strada, nonostante una famiglia povera e un contesto popolato quasi esclusivamente da uomini. Mi affascina sia per la sua storia, sia perché realizza opere fuori dai canoni, con un risvolto dark e crudo, che poi è riuscita a trasformare in qualcosa di super pop. Adesso forse è quasi scontato citarla, perché tutti la conoscono e ha fatto tante collaborazioni, ma da sempre, per me, è affascinantissima.
Che rapporto hai con il tuo corpo?
Direi terribile. Vorrei avere la testa che avevo a vent’anni, quando non me ne fregava niente. A trenta sono diventata consapevole di non rientrare negli standard canonici di bellezza, però ho sempre puntato sulla stravaganza: ho iniziato a ricoprirmi di tatuaggi e ho sempre cercato di abbellirmi con le cose più bizzarre. Mi piacciono tutte le cose che, in genere, non piacciono all’italiano medio… ma non è una cosa intenzionale, semplicemente è il mio gusto. Da quando sono a Milano e lavoro in certi settori, con i social, mi rendo conto che il mio rapporto col corpo è cambiato tantissimo. Sarà anche che sto invecchiando? Ho passato dei periodi in cui non mi guardavo neanche allo specchio, perché sapevo che non mi piacevo, e periodi in cui invece lavoravo di più, facevo tanto sport. Però non riesco mai a vedere il bello in me, vedo sempre i difetti. Purtroppo è un malessere della nostra società.
Ma sei serena?
Abbastanza. Anche se adesso a Milano l’attenzione all’estetica è altissima e lavorando nella moda me ne accorgo ancora di più. Il mio rischio è di diventare un po’ vittima del lavoro. E poi penso che ci guardiamo tutti troppo: ci facciamo foto continuamente, ci vediamo nei video, ci fanno le foto gli altri… Per me il problema non è tanto guardarmi, è guardare gli altri. Vivo malissimo il confronto, sono sempre lì a fare paragoni. Poi mi rendo conto di non essere una di quelle persone ossessionate dalla chirurgia. Se lo fossi mi sarei rifatta il naso e mille altre cose. Ma il confronto con gli altri c’è sempre. Più s’invecchia, più ci si mette a confronto con le ventenni, più si sta male. Alla fine con il mio corpo ho un rapporto di amore e odio. Da una parte penso che sto bene fisicamente, che sono in salute, forte, che riesco ad allenarmi e che questa è una fortuna incredibile. Dall’altra parte, se potessi cambiare qualcosa… ma fermiamoci qui!
Che rapporto hai con skin care, body care, hair care?
Sono pessima. Ho passato un paio d’anni – nel boom dei beauty influencer – in cui compravo duemila prodotti e li provavo tutti senza avere le competenze necessarie per capire cosa stessi facendo. Poi mi è esplosa una dermatite e da lì ho deciso di affidarmi ai professionisti. Regolarmente mi faccio un trattamento viso, ma a casa uso solo un detergente, la crema idratante, una CC cream con protezione solare, mascara e via. Mi trucco pochissimo. La sera magari un blush o un bel rossetto rosso. Però tendenzialmente non sono una che si trucca tanto… quando i miei amici make-up artist mi truccano molto non mi vedo bene, mi vedo più vecchia. Preferisco avere una bella pelle e lavorare con professionisti che fanno trattamenti di un certo tipo. Per assurdo preferisco la laminazione alle ciglia piuttosto che mettere due chili di mascara, per esempio. Voglio essere il più naturale possibile.
Ti piacciono i massaggi, però, vero?
Sì, di massaggi ne faccio tanti. È una cosa che mi piace e che mi dà anche un certo benessere, perché ho sempre un po’ di problemi di circolazione. E poi ho scoperto la riflessologia, che è proprio la mia cosa. Ho scritto alla mia riflessologa giusto mezz’ora fa… devo tornare da lei assolutamente. È molto olistica, quindi lavora anche a livello energetico. Dai piedi individua dei blocchi e li tratta. È una signora che ha studiato una vita, mi dà anche i compiti a casa, tra cui per esempio scrivere in un diario della gratitudine ogni giorno.
Bellissimo esercizio!
Sì. Lo faccio ogni tanto, cerco di farlo. In questo periodo soprattutto, con il bombardamento d’informazioni a cui siamo sottoposti, è fondamentale essere grati per ciò che abbiamo. È facile lamentarsi di tutto, ma ogni tanto bisogna fermarsi.
Posso chiederti anche che rapporto hai con il cibo? So che hai fatto un percorso con una nutrizionista.
Sì, per necessità! Stavo malissimo con la pancia. Più ne parlo con la gente, più mi rendo conto che ci sono tantissime persone che hanno problemi intestinali. Penso sia dovuto al fatto che i cibi sono sempre più processati e che non ci dedichiamo più del tempo di qualità per mangiare. Qui, come a Londra: patatine fritte, sandwich, una focaccia al volo in macchina, con duemila cose da fare. Ho fatto un percorso con una nutrizionista per capire cosa mi dava fastidio. Adesso sto molto meglio, mi gestisco bene. So che se una sera voglio sgarrare potrei stare male, ma posso gestirmi di conseguenza. Prima me la vivevo malissimo, perché non sapevo cosa mi desse fastidio e non capivo perché il mio corpo reagisse in un certo modo.
Tornando ai prodotti cosmetici: quali sono i tuoi must have?
Ora tutti i miei amici hair stylist mi vorranno ammazzare… Come shampoo uso Aqualight di Pantene, perché sono gli unici che mi permettono di non lavare i capelli tutti i giorni. Come maschera quella alla papaya di Garnier, tre in uno, che quando hai tempo la usi come maschera e quando non hai tempo come conditioner. Per il detergente, da anni uso Cerave: un gel leggerissimo super idratante. Prima facevo la doppia detersione di Giulia Sinesi e mi piaceva da morire, ma da quando faccio la laminazione alle ciglia non posso usare detergenti oleosi. Di creme idratanti ne provo sempre tante, un po’ anche perché me le mandano. Per il corpo: tanti prodotti del supermercato (NdR: ride).
Non ami le creme per il corpo?
No… ho il brutto vizio di fare la doccia la mattina (perché ho il gatto che mi dorme in testa), quindi non ho mai tempo.
Profumi?
Il mio preferito è sempre stato Terroni di Orto Parisi. Bello strong, quasi un odore più che un profumo, va capito. Però me l’ha rubato il mio fidanzato, quindi da un anno lo usa lui e io non riesco più a metterlo. Anche se sento che un po’ mi rappresenta.
Dimmi altri oggetti che ti rappresentano…
I miei fumetti del cuore. Ce li ho tutti ancora lì, anche se ormai non li leggo più. Probabilmente un bel paio di anfibi: posso invecchiare quanto vuoi, ma saranno sempre nel mio armadio. E poi ho un’ossessione per le miniature: colleziono qualsiasi cosa piccola. Ho una teca con tutte le mie miniature e un po’ di casette per le bambole. Le cose piccole e dettagliate mi fanno impazzire.
Un libro, un film e una canzone che raccontano di te…
Libro: Soffocare di Chuck Palahniuk. Film: Big Fish di Tim Burton. Album: OK Computer dei Radiohead – che tra l’altro è attualissimo, se ci pensi. È un album di quasi trent’anni fa, eppure l’ansia sociale che descrive è più attuale che mai.
E la colonna sonora di questo periodo?
Ascolto solo podcast ultimamente. Podcast di crime, sempre. Il mio preferito in assoluto è Non aprite quella podcast di J-AX e Matteo Lenardon, ex giornalista di Vice. Parlano di cannibalismo, di orrori, di serial killer, di personaggi veramente incredibili, ma ridendoci sopra. Humor nero. Storie allucinanti raccontate in modo ironico. Sono alla quattordicesima stagione ormai, ma le prime, in particolare, sono straordinarie.
E il cinema ti piace?
Ci andavo tantissimo da piccola. Poi ho perso completamente l’abitudine da quando sono stata a Londra. Adesso ho il problema che mi addormento… dovrei andarci di mattina! Ho perso l’abitudine, però mi piace tantissimo guardare i film.
Che cos’è per te la bellezza?
La bellezza rimane. Emoziona. E può essere anche oscura, stravagante, bizzarra. Io, per esempio, non sono mai riuscita a vedere il bello in un quadro «classico», perfettamente eseguito. Piuttosto nel surrealismo, o in certe altre opere talmente contorte da richiedere tempo e concentrazione per essere comprese fino in fondo.
INTERVISTA: MUSA
FOTO: IRENE GUASTELLA